ARTISTIC STATEMENT ITALIANO

Claudia Bonollo, cellula felice, immagine digitale

 

CLAUDIA BONOLLO

artistic statement

METAMORPHOSIS

METAMORPHOSIS

 

Artista, architetto e ricercatrice, ha una formazione multidisciplinare, viaggia e studia in diversi paesi e si considera nomade per vocazione.

Alterna l’attività di ricerca con la sperimentazione in vari ambiti della creatività che considera un’utopia necessaria, combina tecnica, materiali, linguaggi e differenti discipline.

Il primo lavoro su incarico è un vestito rituale per il Monaco Zen Fausto Taiten Guareschi, fondatore del Monastero di Fidenza. Il manto sacro, di 16 metri quadri, emblema della guarigione, implicava un rituale personale ispirato al lavoro dei monaci buddisti del secolo XI. Ha realizzato anche i tappeti per la meditazione mattutina (Za-gu) e un libro d’artista dedicato alla cerimonia del Kesa. Qualche anno fa, chiesero al Monaco Taiten di disfarsi della maggior parte dei suoi kesa, scelse di tenerne solo tre, uno dei tre era quello ideato da Claudia Bonollo. Dai buddisti impare l’importanza del lavoro anonimo e rigoroso.

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Persuasa dell’importanza di un dialogo multidisciplinare in un’epoca fortemente segnata dalla specializzazione, nel 2002 fonda a Madrid l’atelier Meta-morphic, organizzazione di respiro internazionale e piattaforma per l’arte, la cultura, la ricerca, convertita nel 2011 in associazione e luogo di promozione culturale. Il Nome Meta-morphic riassume il senso della ricerca persone: lavorare ai confini tra l’animato e l’inanimato, nella soglia tra oggetto e azione in una tensione che va oltre l’idea della costruzione, e spazia negli ambiti dell’arte. In una metamorfosi continua, ogni segno dialoga con altro e richiede un intervento attivo dell’immaginazione da parte dello spettatore, necessario per articulare il complesso sistema di frammenti che danno luogo al processo formativo. In questo processo troviamo una tensione, un’anima barocca che allude alla totalità senza mai svelarla del tutto. È con questo spirito che nascono i suoi progetti e le sue architetture, le collezioni di mobili, lampade, vasi per fiori, paraventi, gioielli, tele, scatole di luce e libri di artista. Ogni progetto è la narrazione frammentaria di una storia che si articola per analogie. Così nascono le visualizzazioni con i colori, i setting di luce, le scenografie e le architetture sensibili.

La formazione con Bruno Munari le ha insegnato a sviluppare una creatività curiosa e un senso ludico, ad apprendere a comporre senza pensare al risultato finale e affidarsi al processo creativo come rituale personale.

E così come per la sua formazione, le sue fonti di ispirazione non sono stati solo gli architetti che ha ammirato – i critici che hanno scritto sui suoi lavori hanno intravisto degli elementi che ricordano Gaudí o Miralles, Zaha Hadid, Libeskind, Coop Himmelb(l)au, Moss e Morphosis – fino alle visioni possibili dell’arte, le nuove prospettive della biologia e della fisica quantica, i lavori di James Hillman e di Henri Corbin, lo studio di Ib’n Arabi, Sohravardi e Najmoddin Kobrâ, che hanno contribuito a un lavoro artistico ancora più attento ai fenomeni più visionari della luce e del colore. Una attitudine che si accorda con la sua origine veneziana, in cui il colore non è solo una tinta senza movimento, vibrazione, riverberazione, frutto della contrazione e dilazione della luce, ma ha le stesse qualità che conferíamos all’architettura, è di più, potremmo spingerci oltre e affermare che il colore, nella sua essenza, è la architettura stessa nella sua dimensione più fluida e cangiante.

 

METAMORPHOSIS

METAMORPHOSIS

 

 

Dagli inizi il colore si converte in uno strumento di costruzione sensoriale dello spazio, dalle posibilita illimitate, siano solamente estetiche o più specializzate, rituali, terapeutiche, spirituali o ipnotiche.

 

Fernando Quesado, che è il critico che ha inteso meglio il processo implicito nelle sue opere scrive:

“Nelle installazioni multisensoriali di Claudia Bonollo il corpo sfugge il proprio limite cutaneo, compreso quello energetico o termico della sua presenza, per proiettarsi liberamente sul supporto architettonico anullando la sua materialità e sostituendolo con un nuovo limite più flessibile e immateriale. Nell’arredo si tratta lo spazio architettonico nella sua versione più pura e disciplinare, il muro attivato dalla vibrazione del colore e dalla texture, dalla luce che emana e dalla superficie viva, lo spazio plasmato dalla percezione che realizziamo con esso. Nel dispositivo attivatore si parte dall’anteriore, però andando oltre, proiettando il corpo fino al supporto fisico dell’opera, in un dialogo spaziale biunivoco, intimo che mescola parte degli spazi anteriori fino a incorporare l’apparato psico-fisiologico dello spettatore con la propria opera e il suo intorno spaziale inmediato. Il valore e l’importanza del lavoro di Claudia Bonollo non si fonda in assoluto sui suoi effetti…né sulle sue qualità materiali o estetiche, ancor più sulle sue possibilità come strumenti, nella sua costruzione come sistema con leggi proprie…Le proposte di Claudia Bonollo non sono limitate al confine del pezzo d’arte, dato che hanno una chiara vocazione a costruire, da una propria materialità luminosa, atmosferica e psicologica, un spazio con queste caratteristiche… Lo spettatore non è semplicemente soggiogato o sedotto, si lascia sedurre, soccombe per volontà propria, apportnato il suo sistema fisico-fisiologico come strumento di costruzione di questo spazio sensibile e materiale…”

 

Come dice Corbin in una delle sue celebri conferenze a Éranos: “Se vogliamo recuperare l’immaginale, prima dobbiamo recuperare il suo organo, il cuore, ed elaborare la sua filosofia…Questo potere del cuore è quello che designa specificatamente la parola himma, una parola il cui contenuto a volte spiega meglio il termine greco enthimesys che significa l’azione del meditare, immaginare, progettare, desiderare.

Si tratta di oggetti di disegno, installazioni, progetti di architettura, spazi ludici, giardini verticali e opere per contemplare, la meditazione attiva si converte in progetto e l’immaginazione in desiderio.”

Ci rivolgiamo al cuore perché è lì che l’immaginale presenta all’immaginazione l’essenza del reale. (James Hillman). Nell’incremento delle responsabilità dell’artista di fronte alle sue creature risiede un arte militante e delicada in cui il creatore, l’opera e lo spettatore si convertono in un corpo unico.

 


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