BEAUTY IS ITSELF A CURE

PROGETTO DI RICERCA:

“SENZA BELLEZZA NON SI CURA”

(BEAUTY IS ITSELF A CURE)

2002-2004

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INDICE

  • ANTECEDENTI.

RITUALI PERSONALI CON LE CELLULE

 

  • LA RICERCA

IL VIAGGIO NEL CORPO

TRACCE

L’equivoco della bellezza

L’incontro con la biología

Le immagini che curano. Il dialogo con la malattia

L’immaginario come terapia

L’esperienza con altri malati

Arte sciamanica?

 

  • IL MATERIALE GRAFICO E VISIVO
  • LA MOSTRA

IPOTESI PRELIMINARI

 

SUONI E ODORI

Il KESA INFINITO

CONCERTO ALLA CELLULA

I RITRATTI SPECCHIANTI

LUOGHI DEL FEGATO notte/giorno

IPOTESI DI INSTALLAZIONE

 

GLI SPAZI ESISTENZIALI

  • BIBLIOGRAFIA INDICATIVA
  • C.V. italiano e inglese

 


SENZA BELLEZZA NON SI CURA (BEAUTY IS IN ITSELF A CURE)”1

 

 

Socrate: O caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo, datemi la bellezza interiore dell’anima e, quanto all’esterno, che esso si accordi con ciò che è nel mio interno.

PLATONE, Fedro, 279b

 

Un apprezzamento adeguato dell’effettiva importanza dell’incubo, dapprima da parte del mondo culturale, e poi del pubblico in generale, avrebbe a mio avviso conseguenze, insieme scientifiche e morali, che non è esagerato definire eccezionali. Si tratta qui di mettere in discussione addirittura il vero significato della religione stessa.

ERNEST JONES, On the Nightmare, 1931

Nella favola di Eros e Psiche raccontata da Apuleio, Pan protegge Psiche dal suicidio. Sconsolata senza amore, negato l’aiuto divino, l’anima è presa dal panico. Psiche si butta nel fiume che la rifiuta. In quello stesso momento di panico, Pan compare con il suo altro lato riflessivo, Eco, e persuade la ninfa su alcune verità naturali. Pan è al tempo stesso distruttore e preservatore, e i due aspetti appaiono alla psiche in stretta prossimità. Quando siamo presi dal panico noi non sappiamo mai se non si tratti del primo movimento con cui la natura si appresta ad elargirci, se siamo capace di udire l’eco della riflessione, una nuova visione di se stessa.

JAMES HILLMAN, Saggio su Pan, 1977

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ANTECEDENTI.

RITUALI PERSONALI CON LE CELLULE

Questa ricerca sull’immaginale2, cominciata due anni fa, è la risposta visionaria a un periodo molto doloroso, iniziato con una diagnosi di leucemia linfatica di tipo Burkitt fatta al mio migliore amico, un artista come me. Avevo appena perso mio padre di cancro.

Ciascuna svolta del destino puó avere la sua interpretazione ma anche la sua bellezza. La nostalgia di bellezza che alberga nel cuore umano, non viene mai presa in considerazione, nemmeno per curare. La vita anela la bellezza nel tentativo di riportare in questo mondo le forme dell’invisibile che le sono indispensabili per immaginarsi.

Al principio, la malattia lasciava poche speranze a cui aggrapparsi ed io, come artista, ho sentito il bisogno di trasformare poeticamente con il computer e i suoi algoritmi, i dati scentifici dei referti istologici del midollo. Cercavo un gesto di redenzione, qualcosa che riuscisse a trovare una misteriosa connessione fra la malattia e la bellezza. Il punto di partenza è stato il vetrino di laboratorio con la malattia. In quelle cellule malate si celavano i misteri di una vita intera, piena di speranze e di traumi.

Ho usato il computer per passare a una dimensione piú inmateriale, assai piú consona alle astrazioni amate dal mio amico e piú dimensioni, cercando di far volare le cellule e di insufflarle di un vento d’amore.

Durante tutto il corso della malattia, seguendone i cicli e adeguandovi i miei, fino alla fine, anche quando la guarigione sembrava cosí tangibile da indurre a rallentare l’attenzione, ho affiancato alle cure mediche una costante e vigile trasformazione cellulare operata attraverso il computer, pressoché quotidiana. Il dato scientifico di partenza, con il suo proliferare di cellule cancerogene è stato trasformato e strutturato cellula per cellula.

Se il colore svela la malattia e interagendo con il referto istologico e le sue molecole mostra un’evidenza colorata: la cellula cancerogena, non potrebbe essere che attraversare il colore – e superare la sua terribile evidenza – sia in grado di suggerire anche altre possibilità? Non potrebbe per caso il colore svelare il potenziale di guarigione, svelare un daimon distinto da quello archiviato frettolosamente da statistiche implacabili? Ho usato il colore come un farmaco, come qualcosa che potesse rafforzare le difese immunitarie, rallegrare le cellule e suggerirgli nuove e piú propizie configurazioni. Ciò ha confermando una mia antica ipotesi, che il colore sia una soglia sull’invisibile. E sull’invisibile ho lavorato per circa nove mesi, in modo trasfigurante.

Ho illuminato le cellule con una luce dorata che fungesse un effetto balsamico rispetto a quella violenta e sbiancante della chemioterapia. Portare una luce piú domestica a quel bagliore accecante. E allo stesso tempo, confortare le cellule sane coinvolte nella distruzione operata dalla cura chimica.

Se le cellule tumorali hanno un tempo diverso dalle altre, per superare questa dimensione sono ricorsa a degli espedienti usati da alcuni pazienti schizofrenici per auto-curarsi, descritti da James Hillman nel suo libro La vana fuga degli Dei. Il punto di partenza è stato considerare la cellula tumorale come una cellula paranoica e delirante. Trattarla come se fosse vittima di uno squilibrio mentale. La paranoia è un disturbo del significato. Come avrebbe reagito ai miei?

Entrando nel corpo umano di una persona amata, fra le cellule cancerogene di un altro corpo, ho accettato di attraversare un delirio insensato e folle. Non mi rimaneva che andare fedelmente al fondo del delirio stesso. Recuperare la salute, significa recuperare il divino da dentro la malattia, vedere come il contenuto di essa sia autenticamente religioso.

Come nel caso dei pazienti schizofrenici raccontati da Hillman, la follia delle cellule non è stata presa alla lettera. La cura è consistita sí nell’andare fedelmente al fondo del delirio stesso, ma in modo appunto ludico, giocoso, imparando a eludere il delirio, usando l’immaginazione per curare l’immaginazione, nel tentativo di evitare un abituale errore della mente, comune a molti credenti, quello di temere  il dubbio.”

 La cellula cancerogena iniziale (supponendo che ve ne sia stata una) è stata trasformata in un mandala3, per tentare di trasformare un circolo vizioso in un circolo virtuoso. Le cellule malate sono state trasformate in cosmi, e sono state nuovamente “orientate” nel tentativo di metterle in relazione con qualcosa che sembrava andato perduto. La liturgia del mandala è assai complessa e avviene attraverso un sogno premonitore. In assenza di presagi, ho raccolto le informazioni e le indicazioni da seguire, facendo appello al mio cuore.

L’ordine sereno imposto da un’immagine circolare compensa il disordine e la confusione dello stato psichico. Attraverso il mandala si da forma alle infinite possibilitá giacenti nel fondo dell’inconscio, alle paure inespresse, alle antiche passioni per ricondurre il caos all’ordine.

Benché mi consideri un’artista astratta e lavori a scale diverse dalla figurazione, alla fine della mia terapia sulle cellule, mi apparivano inspiegabilmente delle figure: alberi tigri nuvole e persino farfalle. Dopo una serie lunghissima di immagini astratte ritornavano i luoghi, le apparenze delle cose, i ricordi, l’anima affiorava con i suoi miti.

Il viaggio all’interno del corpo si è presto trasformato in un ciclo di racconti, con le sue scoperte e i suoi naufragi. Una sorta di diario visivo scandito da una ciclicità in un estenuante processo di metamorfosi, che proiettavo in ospedale. L’avventura delle idee è costretta nelle dimensioni sperimentali. Attraverso quei paesaggi circolari, trasfigurati dal colore, fatti di minime variazioni e di movimenti che portavano costantemente alla luce, sviscerando nella misura del possibile, le pieghe oscure dell’interno-inconscio, ho raccontato molte storie al mio amico. Le sue storie.

A dispetto di tutti i pronostici, la persona assistita, ha vissuto la fase d’isolamento solo tre volte su sei e tutte le volte per meno di una settimana ed è uscita dalle leucemia in meno di nove mesi.

Note:

  1. “SENZA BELLEZZA NON SI CURA” il titolo della ricerca è ispirato al  capitolo intitolato “La teoria della ghianda e la redenzione della psicología” di James Hillman da IL CODICE DELL’ANIMA, Adelphi edizioni IX ediz. 2000. La bellezza a cui si fa riferimento nel testo, non è una qualità estetica né ha relazione alcuna con il gusto, e non è una qualità opinabile si riferisce a una qualità dell’anima.   La vita anela la bellezza (dell’anima) nel tentativo di riportare in questo mondo le forme dell’invisibile che le sono indispensabili per immaginarsi.
  1. 2.     IMMAGINALE o IMMAGINAZIONE ATTIVA La filosofia occidentale ufficiale – lamenta Henry Corbin nel suo libro Corpo Spirituale e Terra Celeste  –  ammette soltanto due forme conoscitive: la percezione sensibile che fornisce dati empirici e i concetti dell’intelletto, il mondo delle leggi che regolano tali dati empirici. Tra le percezioni sensibili e le categorie dell’intelletto vi è un vuoto insanabile che da sempre è stato lasciato ai poeti. La filosofia razionale e ragionevole non prende in considerazione il fatto che attraverso una immaginazione agente si possa accedere ad una Ragione o realtá dell’essere, e a torto si crede che l’immaginazione attiva ammetta solo l’incontro con un repertorio irreale mitico e meraviglioso. L’immaginazione agente non è strumento per l’immaginario, l’universo rispetto al quale è ordinata, è quell’universo mediano e mediatore (intermondo) senza il quale l’articolazione fra sensibile e intelleggibile sarebbe interrotta. Vi è allora l’esigenza di trovare un termine che differenzia nell’immaginario, l’intermondo dell’immaginazione, il termine chiave è “mundus imaginalis” dall’arabo “a lam al-mithal” “al lam al-mithali” che regge tutta la serie di nozioni che si ordinano sul piano preciso dell’essere e del conoscere (percezione, coscienza e conoscenza immaginativa). La funzione del mondo immaginale e delle forme immaginali, coordina il mondo intelleggibile che da figura e dimensione al mondo sensibile che invece dematerializza attraverso una rigorosa disciplina alla potenza immaginativa. Paracelso conosceva giá questa differenza e distingueva la Vera Immaginazione dalla “Phantasy”. “Le forme immaginali non esistono né nel pensiero, poiché il grande non puó essere impresso nel piccolo, né nella realtá completa, altrimenti chiunque sia dotato di sensi potrebbe vederle. Ma non sono puro non essere altrimenti non sarebbe possibile rappresentarle né distinguerle le une dalle altre, né esse potrebbero essere oggetto di giudizi differenti. Dato che esse sono essere reale, e non sono né nel pensiero, né nella realtá concreta, né nel mondo delle intelligenze – perché sono forme corporizzate non pure intelleggibili – devono necessariamente esistere nel mundo imaginalis, mondo dell’immaginale e della percezione immaginativa. È un mondo intermedio tra il mondo dell’intelligenza e il mondo dei sensi; il suo piano ontologico è al di sopra del mondo dei sensi e al di sopra del mondo intellegibile, è un mondo in cui esiste la totalitá delle forme e delle figure, delle dimensioni e dei corpi con tutto ció che vi è connesso: movimenti, quiete, posizioni, configurazioni, tutte sussistenti per se stesse “sospese” , vale a dire senza essere contenute in un luogo né dipendere dal suo stato. (Henry Corbin)“… Vi è infatti in questo un segreto magnifico, un qualcosa di grande importanza ed è che la totalitá delle cose che esistono nel mondo superiore, hanno il noro nadir e il loro analogo nel mondo inferiore. Quando dunque tu avrai imparato a conoscere, come necessario, la realtá delle luci effimere, la tua conoscenza ti aiuterá a conoscere le luci sostanziali immateriali. Lo scopo di tutto questo è che tu sappia che la luce accidentale imperfetta quella del sole del mondo sensibile, è l’immagine della luce sostanziale perfetta che è il sole del mondo dell’intelligenza, la Luce delle Luci. Allo stesso modo la luce di ogni astro effimero è l’immagine di una luce sostanziale immateriale.” (Sohravardi).

 

  1. MANDALA dal sanscrito CIRCOLO MAGICO. I mandala non sono solo diffusi in tutto l’oriente ma sono attestati anche da noi. In Jacob Böhme troviamo un mandala che rappresenta un sistema psicocosmico di impronta nettamente cristiana. Egli lo chiama “l’occhio filosofico” o lo “specchio della saggezza”, facendo riferimento a una summa della sapienza esoterica. La maggior parte dei mandala, ha forma di fiore, di croce o di ruota, con evidente tendenza al numero quattro (che ricorda la tetrakis pitagorica). Jung si rese conto dei malati di mente che non avevano la minima idea di tali riferimenti culturali, disegnavano dei mandala e adottò questa terapia con i suoi pazienti schizofrenici.

“Questo simbolismo si riferisce a una specie di processo alchemico di decantazione e di sublimazione; le tenebre generano la luce; ‘dal piombo della regione dell’acqua’ nasce l’oro prezioso; l’inconscio diventa conscio nella forma di un progetto di vita e di sviluppo.” (C.G. Jung Commento Europeo, pag. 33 da Il SEGRETO DEL FIORE D’ORO, III Deis. 1987)

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LA RICERCA

IL VIAGGIO NEL CORPO

 

“Non l’urina il polso e gli enunciati, ma spesso la tua fiducia nella guarigione ti sarà d’aiuto”
Arcimatteo, De Instructione Medici, sec. XI

Non era un compimento – come pensavo – ma l’inizio di qualcosa.

È cominciato un progetto sul corpo e l’immaginazione attiva, per creare, attraverso l’arte (un arte fra molti confini) un corpo “sano” e trasfigurato.

Gli apporti inaspettati delle persone che si sono interessate al mio lavoro, mi hanno aiutato a fare un percorso a ritroso e a trovare qualche traccia. Di questo si tratta.

 

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TRACCE

L’equivoco della bellezza

La bellezza. a cui alludo nel titolo della mia ricerca, non ha un valore estetico, non è la Bellezza intesa in senso classico o classicheggiante ma bellezza come possibilità…come soglia in cui ‘il panico può trasfigurarsi in Eco la ninfa e sfuggire cosí al suo destino’ (Hillman).

La bellezza è quindi quella del limite fra una dimensione e l’altra. È la bellezza di cui parla Rilke nelle Elegie Duinesi, sempre terribile al suo inizio perché ci supera, e come tutte le soglie è una cerniera di senso.

Umberto Galimberti ci ricorda come la distruzione dell’ambivalenza simbolica del corpo e l’introduzione di una logica disgiuntiva che separa il bene (l’anima dal male (il corpo), ha nuociuto al corpo che diviene così “la tomba dell’anima, il luogo dove per il momento essa è sepolta”.

Il mio lavoro si situa dentro a questo limite.

L’incontro con la biologia

L’esperienza vissuta con la leucemia è stata cosí forte emotivamente da spingemi a fare un processo a ritroso per cercare di trovare delle risposte alle domande sollevate dalle mie immagini ibride.

Perché la biologia? Perché studia la vita.

Da circa un anno e mezzo, mi vedo ogni mercoledí con un’amica, la neurobiologa spagnola, Eva Romero Muñoz dell’Istituto Ramón y Cajal di Madrid. Sono comiciate delle lezioni di biologia.

Che cosa sono le mie visioni? Sono cellule o non lo sono piú? Perché i cosmi? Qual’è stato il criterio di selezione dei colori? Cos´e il colore per la biologia? Qual è la sua scala? Il colore cura? Cosa c’è in quelle immagini da suscitare una tale reazione emotiva? Perché alcune rilassano e altre spaventano? Cosa c’è nella loro metamorfosi che puó aumentare o diminuire il battito cardiaco, alterando la salivazione?

Nessuna risposta, ma qualche sorpresa. Nelle immagini ibride che avevo creato, c’erano dei barlumi di corpo umano a una scala microscopica e mitosi di cellule sane. Avevo intuito il funzionamento del cancro senza averlo precedentemente studiato e disegnato delle cellule riconoscibili partendo da un referto istologico praticamente illeggibile.

Gli incontri con la neurobiologa sono divenuti costanti e si sono trasformati con il tempo in vere e preziose occasioni di ricerca.

Abbiamo comiciato con la leucemia e per un labirintico percorso stiamo concludendo con la “ruta del placer”.

L’immaginario come terapia

Umberto Galimberti ci mette in guardia. “La scienza è ormai per noi il reale, il corpo non è piú il nostro punto di vista sul mondo, ma oggetto di questo mondo. I suoi sensi non sono la sua possibilità di aprirsi al mondo e di abitarlo, ma scientificamente organi e funzioni. Abbandoniamo la nostra esperienza per adottare l’idea, che pretende di essere valida per tutti, in tutti i tempi e i luoghi” (U.Galimberti, il corpo).

Ho cercato di sottrarmi alla codificazione del corpo secondo i parametri di una parte della medicina (fortunatamente non tutta), che pensa che il corpo sia ridotto a reagire semplicemente a dei segnali. “L’operazione è riuscita perfettamente ma il paziente è morto.” E ho cercato di produrre un immaginario diverso sulla malattia.

Eva Romero Muñoz ha parlato della mia ricerca e mi ha messo in contatto con Il Professor Walker, dell’Università di Hull, U.K., che sta dimostrando da oltre vent’anni come l’uso dell’immaginario e dell’ipnosi (affiancati alle terapie di prassi) siano risultate efficaci nei pazienti ammalati di cancro. I malati stimolati sopportano meglio la chemioterapia e guariscono con una percentuale più alta. Sto leggendo e studiando il suo immenso lavoro, perché mi ha chiesto di dargli un parere sull’immaginario usato con i suoi pazienti. Il professor Walker ha cominciato una sperimentazione su 180 pazienti affetti da cancro al colon rettale.

Le immagini che curano. Il dialogo con la malattia

Solve et coagula, è il primo trattato sull’inconscio, la prima iconografía ufficiale delle immagini che curano.

Anch’io ho cercato di dare un significato alle immagini dell’arte.

Sono partita da un referto istologico brulicante di cellule, fucsia o viola per i coloranti. Una rappresentazione della malattia.

Le cellule viola sono state trasformate. Le ho cambiate di colore, di scala, le ho estratte a radice, le ho piegate su sé stesse, le ho attraversate, ne ho fatto cosmi, galassie, luci colorate.

Io non visualizzo colori per curare organi (cerco piuttosto di “informare” e di sedurre ogni singola cellula ammalata, di ri-orientarla trasformando un circolo vizioso in uno virtuoso) e più che usare colori, li attraverso, qualunque sia la loro evidenza. Io cerco di cogliere tra i colori della morte (i tessuti analizzati e colorati svelano la malattia), lo stato intermedio, gli stati deboli nella loro debolezza…Non mysterium tremendum, ma mysterium fascinans…

Il mundus imaginalis (o terra delle visioni) a cui faccio riferimento, non è né terreno, né celeste è un intermundi dove tutte le trasfigurazioni sono possibili grazie al potere dell’immaginale (l’immaginario può essere innocuo, l’immaginale non lo è mai).

Le mie cellule trasfigurate sono ierofanie. (qualcosa di sacro si mostra, l’oggetto diviene un’altra cosa potente, senza cessare di essere sé stesso). La ierofania rivela un orientamento. Il simbolismo del mandala si riferisce a una specie di processo alchemico di decantazione e sublimazione, dove le stesse tenebre generano la luce. “Dal piombo della regione dell’acqua” nasce l’oro prezioso; in cui la coscienza e la vita si fondono”.

Questo lavoro, che si immedesima “che sente sé stesso in un altro” è un processo entropatico di vivicazione, è un dare vita, creare in senso artistico è dare vita, poiché introduce un movimento generativo e lo fa venire alla luce.

Le cellule non sono racchiuse, il loro flusso è continuo, aperto, non delimitabile, poiché l’opera è aperta si presta ad ospitare dentro di sé una molteplicità di significati…

Fare radura (LICHTUNG luce, radura, orizzonte) è sciogliere l’intrico dell’oscuritá, consegnarsi alle tenebre pieni d’amore, per consentire alle cose di venire alla luce, di generarsi, di ri-generarsi.

Le mie “cellule trasfigurate”  rappresentano un possibile dialogo spirituale con la malattia, il tentativo di elaborazione di una terapia sperimentale sull’immaginazione attiva.

IL CORPO IMMAGINATO

Cellule felici, Claudia Bonollo

L’esperienza con altri malati

“La malattia non è una colpa, è una responsabilità. C’è una differenza sostanziale fra responsabilità e colpa. La responsabilità è letteralmente, respons-ability, abilità di risposta…Possiamo dire, piú in generale, che la malattia è un processo dell’anima e per capirla è necessario riuscire a parlare all’anima delle persone. È necessario raggiungere il mondo delle loro immagini interiori.” (Rudiger Dahlke, intervista del 28 giugno 2003 apparsa La Repubblica delle Donne)

L’esperimento è gratuito ed è cominciato un anno e mezzo fa. Quando qualcuno me lo chiede, preparo un lavoro sulla sua patologia. Si tratti di amici o di sconosciuti. Nessuno pretende di definirla come una terapia. Salvo alcuni casi in cui mi si chiede un lavoro specifico, non tutte le persone che assistono a queste visualizzazioni sanno esattamente di cosa si tratta… Gli si chiede semplicemente di guardare delle immagini colorate che sono relazionate alla loro malattia, senza nessuna pretesa. Non devono interpretarle, e la quantità di metamorfosi li distrae da questo proponimento. Si tratta di provocare un fenomeno simile all’osservazione del fuoco o delle onde marine. Le cellule malate si trasfigurano in paesaggi astratti.

HINTERGEDANKE

“guardare il sole abbassarsi dietro una collina coperta di fiori, errare a lungo in una grande foresta senza pensare al ritorno, stare sulla riva del fiume a fissare una barca distante, contemplare il volo delle oche selvatiche che appaiono e scompaiono fra le nuvole… tutti questi stati d’animo sono racchiusi in un’unica parola: hintergedanke, ovvero percezione che avviene silenziosamente, sullo sfondo della mente e di cui difficilmente si è consapevoli.”

 Le persone si rilassano molto con alcune immagini e trasaliscono inorridite per colpa di altre (spesso sono proprio le immagini che inconsciamente rifiutano ad attivare dei risultati, a sbloccare delle emozioni trattenute).

Ogni ciclo comprende un numero di immagini variabili (30-60) a seconda dei casi. Rispetto alla frenesia e il bombardamento di immagini, si richiede qui un tempo dilatato. Le immagini si susseguono con scansioni regolari (dai 15 ai 20 secondi per immagine).

In altri casi, ho messo il mio lavoro a disposizione di alcuni terapeuti che ne stabilisce, con distinti modi, la visione.

Naturalmente io non sono un medico, mi limito soltanto a dare un punto di vista diverso, a esplorare alcune vie.

Gli ammalati possono guardare al loro male con un’altra coscienza e specchiarsi dentro a sé stessi a una scala differente. Non soltanto con le statistiche e le percentuali di speranza.

Arte sciamanica?

Nella mia interpretazione, che è quella dei primitivi e dei bambini, l’artista non conforta chi deve curare, ma gli racconta una storia, un mito. In presenza di un racconto, il corpo esercita il suo linguaggio ed elabora significati sconosciuti.

Il malato puó vivere un’esperienza che altrimenti sarebbe forte e inafferrabile, per tutte le sensazioni che lo invadono e sembrano paralizzarlo.

“Come infralingua, come significato fluttuante, il corpo si presta a tradurre un ordine simbolico in un altro, ed è qui che si applica l’arte sciamanica che opera sul corpo tramite il linguaggio, modificandone lo stato secondo modalità che sarebbero incomprensibili se già il corpo non fosse una lingua.” Scrive Umberto Galimberti, nel primo capitolo del suo libro sul corpo.

“Ma poi cos’è l’arte? Com’è che si chiama cosí? Chi l’ha chiamata arte? A chi spetta la sua definizione? A Emanuele Kant o a Joseph Beuys, a Deleuze o a Virilio, o a nessuno di questi? A voi o a me? L’arte, in origine, non era quella che è oggi. Non era un quadro o un oggetto da attaccare da qualche parte, non era una scultura, non era un video, non era un concorso riservato ai minori di trentacinque anni, non veniva classificata, non era partecipare alle biennali, non era essere collezionati nei musei, l’arte era solo L’ARTE. Era l’arte di vivere: ancora oggi, la prima arte in assoluto è quella di stare al mondo. La piú difficile è starci bene. La multimedialità e la tecnologia in cui viviamo ci hanno portato a contatto con ogni possibile potenzialità espressiva che senz’altro ci facilita la comprensione di questo. Perció, paradossalmente, oggi, mentre chiunque puó scegliere la sua via mediale, l’arte ritorna allo sciamano, a colui che insegna la piú grande arte del mondo, che è appunto L’ARTE DI VIVERE. Oggi che dobbiamo sopravvivere a troppi stimoli e effetti nocivi, oggi che il nostro essere è minacciato da continue catastrofi: la perdita della felicità, dell’amore, dell’unità di sé col cosmo in cui vivevano i nostri antenati. (Da un articolo di Maria Grazia Torri pubblicato su Kult di novembre, 2002).

L’incontro con uno psicanalista francese, Gérard Baraillé, che ha abbandonato la psicoterapia per dedicarsi all’arte, ha sollevato piú di una domanda. Chi è lo sciamano? È un bambino abbandonato che ha curato il suo senso di perdita e che avendo infranto una soglia puó curare a sua volta?

L’arte cura? Quali sono i miti della guarigione? È Orfeo il primo sciamano?

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IL MATERIALE GRAFICO E VISIVO

Il materiale artistico è nato come un lavoro digitale. La ricerca si è molto trasformata con il tempo. Alla prima raccolta di immagini sulla leucemia, vanno aggiunte le immagini trasfigurate del fegato o del Colon rettale nonché quelle prodotte in seguito allo studio sul funzionamento del sistema immunitario e nervoso, e delle ricerche sulla visione, il cervello, i sogni, la capacità onírica, gli stati di benessere e il piacere.

Ciascun’immagine trasfigurata, sia essa cellula o neurone, è stata elaborata a una risoluzione che consente di ampliarla a dismisura e di applicarla su qualsiasi supporto rigido, morbido opaco o trasparente.

L’insieme delle metamorfosi di alcune serie di immagini potrebbero invece confluire in alcune narrazioni filmiche (di durata variabile) da proiettare nello spazio o su alcuni schermi.

visio_smaragdina, installazione, Claudia Bonollo

LA MOSTRA

IPOTESI PRELIMINARI

Il lavoro si presta a una grande libertà espositiva. Sono state realizzate light-boxes, video-proiezioni, stampe su materiale trasparente e alcune maquettes con i progetti d’installazione.

L’idea è di creare una mostra itinerante. Non una mostra sempre uguale a sé stessa, ma una mostra cambiante adattabile a luoghi e spazi differenti.

Potrebbe strutturarsi come un percorso attraverso alcuni luoghi colorati (stadi dell’essere-stanze della visione) e pieni di apparenze (le cellule trasformate) che raccontano il processo trasfigurativo e coinvolgono in modi differenti lo spettatore.

La dimensione del racconto è necessaria. Come in un racconto mitico, si narrano attraversamenti, naufragi metamorfosi e guarigioni. Le versioni cambiano e le interpretazioni sono aperte.

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Gli odori e i suoni

L’odore è intrínsecamente connesso ai nostri ricordi, alla memoria di ciascuno di noi. È una chiave per le emozioni.

Odori: l’ambiente (o gli ambienti) della mostra saranno leggermente profumati. La profumazione si ottiene con delle gocce di olii essenziali, ma anche da fiori foglie o cortecce  a seconda dei casi. È previsto un orario delle programmazioni di odori differenti, e dato che ogni odore risveglia una memoria e una coscienza diverse, sarà possibile scegliere l’odore adatto all’emozione che vogliamo suscitare.

Suoni: suoni del corpo (battito cardiaco, rumori del sangue nelle vene, frusci…)

Il tempio budista di Fidenza mi ha dato il permesso di utilizzare alcuni sutra di guarigione.

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Il kesa infinito

Anni fa, ho realizzato un kesa di lino di 16 metri quadrati per il Tempio Fudenji di Fidenza. Era un KESA a 11 bande, che è stato impunturato millimetro per millimetro con filo di seta e foderato con una stoffa monocroma.

Secondo un antico testo buddista, DEN-E o il Kesa trasmesso,  il kesa non è soltanto un abito sacro, l’abito della felicità e della guarigione, ma la reliquia piú importante del Buddismo. Nasce da materiali che sono stati umili, bende che sono servite a fasciare i morti o a pulire delle ferite, eppure possiede molte qualità e infiniti poteri. Quando ho cominciato il lavoro sulle cellule sono venuta a contatto con questo testo. Una coincidenza?

Ho pensato allora di creare un kesa di cellule trasfigurate e di trattarlo come se le cellule fossero delle reliquie. L’ipotesi dei doppi specchi paralleli rafforza quest’interpretazione. Attraverso un trucco ottico il kesa sembra propagarsi all’infinito. Diventa un’immagine potente.

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Concerto alla cellula

Il concerto alla cellula è un rito.

Musica dal vivo, qualche strumento a corda, forse una voce umana e un direttore d’orchestra. Un teatro con il sipario abbassato. Le immagini ibride di malattie si susseguono nella loro metamorfosi. È una forma inventata di preghiera, forse un ringraziamento.

I ritratti-riflessi

Nel suo libro Narciso Joachim Gasquet, scrive, “Il mondo è un immenso Narciso che sta pensando.” Dove potrebbe pensarsi meglio che davanti alle sue immagini?”

Dopo le cellule cosmi ho introdotto negli ultimi tempi, altre figure. Sono ritratti di alcune persone, amici conoscenti o sconosciuti. La scala umana viene ampliata a dismisura. Forse non sono ritratti ma riflessi. Le immagini si specchiano sulle cellule o su dei processi fisiologici legati a degli stati d’animo. A volte l’immagine è nitida altre viene disgregata in mille colori e ritorna ad essere un’immagine astratta.

Narciso non guarda solo sé stesso ma tutto il microcosmo che si racchiude nel suo corpo e prende coscienza della sua immagine, nella sua complessità. L’endorfina-cosmo riflessa (con alcuni messaggi subliminali di guarigione) lo seduce. Un’immagine senza forma, ma intrisa della forza fecondante della corporeità e dell’energia erotica, lo cura perché lo seduce alla cura. La vanità è miracolosa.


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Il luoghi del fegato

Lo studio del fegato si è rivelato molto interessante.

Possiede un valore linguistico diverso in tutte le lingue. Sede del coraggio o della dolcezza è a volte assimilato al cuore…Anticamente gli venivano attribuite le funzioni proprie del cervello…

…”Mai nel passato il cervello aveva goduto di buona stampa. Da purificatore a refrigeratore dello Spirito vitale, da cassa di risparmio del sangue a ghiandola secretrice, la sua carriera non è stata delle più brillanti. La mente l’anima, i nobili sensi e simili metafore avevano trovato altre e più nobili dimore. Il fegato ad esempio.”

Ruggero Pierantoni, L’occhio e l’idea. Fisiologia e storia della visione, Boringhieri Edizioni, Torino 1981, Cap.I, pag.47-48

Mulier non habet anima sed animus

 L’animus sta nel cuore celeste,

di giorno alberga negli occhi (cioè nella coscienza)

 di notte sogna dal fegato…

da “La leggenda del fiore d’oro” Richard Wilhelm e Carl Gustav Jung

Jung parla di questa doppia coscienza diurna e notturna, gli occhi e il coraggio.

Esistono incubi legati alle patologie degli organi? Esistono sogni che ci raccontano lo stato di salute dei nostri organi?

Un antico trattato di medicina cinese raccoglie gli incubi piú ricorrenti. Secondo l’agopuntura, il meridiano del fegato coinvolge l’organo della vista. La rabbia fa ammalare il fegato perché ci acceca? Ereditiamo anche delle emozioni oltre che delle patologie latenti?

Si puó trasformare la rabbia o il furore in un furor creativo che non ci fa ammalare? Lo studio del fegato ha ispirato alcune ipotesi di installazione.

Le immagini del fegato differiscono dalle altre per la presenza di fegati sani, piú o meno occulti, di sinapsi e di rappresentazioni di stati fisiologici legati all’interpretazione biologica del benessere.

STANZE DEL FEGATO

GIORNO/LA COSCIENZA

La stanza della rabbia dissolta.

Espellere la rabbia e trasformarla in un atto creativo.

  • La stanza, quadrata, è foderata di pannelli di polistirolo foderati di alluminio specchiante in modo da poter avere dei punti di vista diversi. Il suolo è morbido (gomma?). Il tetto è trasparente con una cellula trasfigurata impressa che proietta i suoi riflessi sulla stanza. Si può scrivere sulle pareti. In un angolo c’è una montagna di cuscini. Le persone ne prendono uno e scrivono su di esso, il nome o la causa della loro rabbia… Sfasciando i cuscini, la gente può liberarsi di un sentimento inespresso e velenoso.

Alcune telecamere riprendono la scena e i suoi riflessi da almeno tre diversi punti di vista. Filmare la parte attiva e creativa del furor.

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NOTTE/CORAGGIO

LE STANZE DI GUARIGIONE

Meditare sulle cellule

Da soli

1ª ipotesi: le emozioni

  • Una stanza di 9 mq almeno, completamente al buio, senza luci, contiene al suo interno una proiezione di una cellula mandala gigantesca (3 x 3 m). Si entra da soli, per il tempo che si vuole.

2ª ipotesi: guardare e essere visti

  • Una stanza di 9 mq almeno, completamente bianca, di un bianco quasi accecante, contiene al suo interno due occhi spalancati (due schermi di un metro di diametro concavi o convessi posti a conveniente di stanza) in cui vengono proiettati le orbite delle cellule mandala. Gli “occhi” trasmettono animazioni di cellule mandala che si trasmutamo l’una nell’altra senza sosta. Sul lato opposto uno specchio riflette la scena…

Da soli o con un amico/a

3ª ipotesi: andare e venire

  • Una stanza di 9 mq almeno, completamente al buio, senza luci, contiene al suo interno una proiezione di una cellula mandala gigantesca (3 x 3 m) e un oggetto magico, una specie di altalena appesa al soffitto, che consente di avvicinarsi e di allontanarsi dall’immagine, rimanendo sospesi. L’oggetto oscillante, giocoso, ha la funzione di introdurre a un’altra dimensione. Si entra da soli o con una persona molto vicina con cui condividere quest’esperienza, per il tempo che si vuole.

 

4ª ipotesi: visualizzazioni

TRILOGIA CON SINAPSI

  • Una stanza di 9 mq almeno, completamente al buio, senza luci, contiene al suo interno tre proiezioni di 3 m x 3 m, una centrale e due laterali. Al centro una proiezione con un’animazione di cellule mandala che corrisponde a una guarigione del fegato. Ai lati, simmetricamente, animazioni di sinapsi (schema a-b e b-a). Vi sarà un momento in cui le due immagini laterali coincideranno. Ciascun’immagine durerà un tempo che va dai 3 ai 5 secondi. In orari precisi si potrebbe dilatare questo tempo. Le proiezioni seguiranno una programmazione definita. Si entra da soli, per il tempo che si vuole.

In compagnia

NOTTE / GIORNO

ANIMUS / ANIMA

 

  • Nel centro di una stanza ampia, illuminata con luci soffuse (CHILL OUT), c’è un grande oggetto scultura fatto di materiali morbidi. Si tratta di un grande sofà fatto di frammenti di gommapiuma opportunamente rivestiti, in cui i visitatori della mostra possono comodamente assistere, distesi e completamente rilassati, allo spettacolo della proiezione delle cellule disseminate, a grandezze variabili sul tetto e sulle pareti. L’ambiente è rilassante e intimo, le postazioni sono molto comode, la luce non ferisce.


Gli spazi esistenziali

L’idea degli spazi esistenziali mi è stata suggerita dal critico di architettura Luigi Prestinenza Puglisi.

Cell=cellula/stanza, nucleo abitativo minimo.

  • CELL Nº1 endless cell

La cellula diventa uno spazio tridimensionale in cui si entra e si esce.

Da una serie di aperture, delle cellule trasfigurate impresse su materiale trasparente inondano il visitatore di luci e textures colorate. Percorrendo la cellula il visitatore viene attraversato dalle visioni.

Lo spazio è anche sonoro (battito cardiaco, suoni del corpo) e olfattivo (spezie, aromi, profumi). Una macchina fotografica può all’occorrenza scattare delle foto del visitatore.

Esperienza dell’interiorità.

  • CELL Nº2 body-cell

Le cellule sono impresse su pannelli di varie dimensioni, di materiale trasparente rigido (plexiglass) e semirigido (garze specchianti). I pannelli creano dei percorsi in modo che il visitatore che li percorre sia attraversato dalle textures visionarie, e immerso da queste visioni. Una telecamera può all’occorrenza, riprendere la scena.

Esperienza della trasfigurazione del corpo, che diventa colore e luci.

  • CELL Nº3 rest-cell

Una cellula è proiettata su un materiale morbido, gomma o affini opportunamente rivestiti.

La cellula trasfigurata diventa uno spazio in cui sostare e riposarsi, una specie di grande letto, fatto di frammenti, pieghe e postazioni comode dalle curve molto sensuali.

Esperienza del sostare, dell’abbandono, della sospensione. Dalla postazione si può osservare delle proiezioni di cellule trasfigurate comodamente sdraiati.

  • CELL Nº4  play-cell

Una macchina speciale proietta su uno schermo trasparente delle bolle di sapone

Sovrapposizione fra le cellule virtuali (corpo umano), cellule immaginali (sequenze di cellule trasfigurate) e dimensione ludica (le cellule con cui giocano i bambini).

  • CELL Nº5 abiti di guarigione

Le cellule vengono impresse su materiali trasparenti e morbidi che diventano dei mantelli, vestiti e kimoni che il visitatore può indossare a piacere, guardandosi allo specchio…

Il KESA INFINITO è una grande tela traspàrente appesa a una certa distanza dalla parete e fra due specchi paralleli, che riflettono il kesa dando l’impressione che il Kesa sia una grande striscia infinita. La texture inonda lo spettatore e proietta una luce colorata sulla parete.

  • CELL Nº6  labyrintic-cell

Le cellule vengono impresse su delle garze elasticizzate e, montate su dei fili, creando degli spazi semitrasparenti da percorrere come un labirinto, come una rete di neuroni. Delle luci si attivano attraverso delle cellule fotoelettriche durante il passaggio…le sinapsi. Il visitatore attiva dei circuiti cerebrali, delle luci, dei suoni. Risveglia il corpo al suo passaggio, come se fosse una creatura. Una telecamera può all’occorrenza, riprendere la scena.

  • CELL Nº7 cellula-lacuna

Una cellula è impressa su un pavimento morbido di dimensioni gigantesche…

Alcuni degli elementi della cellula base diventano degli elementi verticali come delle tettoie semitrasparenti e degli elementi in cui entrare e uscire…Al pieno della struttura che si sopraeleva corrisponde un vuoto una lacerazione…

  • CELL Nª 8 cellula in fieri

Come nei grandi monumenti della città, o nelle facciate degli edifici da restaurare coperte da velari con la preomessa dell’efficacia del restauro, ci troviamo di fronte a un oggetto in costruzione. Delle impalcature (prisma rettangolare a base quadrata) coperte da veli che illustrano la formazione delle cellula sana. La cellula sana ancora non c’è ma i pannelli la descrivono. Al centro uno spazio vuoto, necessario alla gestazione della cellula guarita.

SUONI: Sutra e i loro Mantra, che equilibrano gli organi del corpo, per costruire uno spazio sonoro delle visioni.

Ambienti di varia grandezza dove emozionarsi, meditare, “sentire”, entrare/uscire guardare/essere visti da queste visioni

ODORI: Tutte le essenze ma anche odori come la carta, il caffé, la terra, le spezie.


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